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Vutlendela
1985, sala d’attesa dell’aeroporto di Johannesburg. Nella luce cruda del neon, un’inserviente lava il pavimento. Fuori campo, passi sfibrati vanno a innestarsi nella ritmica dello straccio. Il rimbombo che chiude la misura è quello metallico di una valigia gettata di malagrazia su una panchina, e appresso il fruscio molle e breve di un corpo stanco.
L’inserviente alza lo sguardo da terra fino ad incrociare un piccoletto stravaccato su una panchina, lo sguardo fisso nel vuoto. Tiene le mani affondate nelle tasche, come se gliele avessero inchiodate mentre frugava alla ricerca una monetina orfana, e un filo di barba grigia gli cola giù per il mento.
Non è un momento felice, per l’uomo. Ha perso un amico, cerca di dimenticare un grande amore e, a dirla tutta, non sa nemmeno bene per quale accidenti di motivo si trovi lì. O forse lo sa, ma non ha la forza di crederci. Se fosse uno scrittore, direbbe che non ha più musica nel cuore per ballare la sua vita. Invece, bizzarrie del destino, è un musicista, e tutto quello che riesce a fare è essere triste e confuso.
Dall’altra parte del vetro, un nero grosso come un baobab, un basco nero in testa, gli fa un cenno e accenna un sorriso trattenuto. Un poliziotto lo guarda torvo, ma lui non sembra farci caso. Meglio ignorare certe cose, se sei nero nel 1985 in Sudafrica.
Il piccoletto si alza e si avvia verso l’uscita, trascinando dietro di sé la valigia.
Ora la sala è nuovamente deserta, gli unici segni di vita il rumore dello straccio sul pavimento e un refolo d’aria che si è insinuato dalla porta a vetri, aperta.
Forse il pavimento si asciugherà più in fretta.
 
Un anno più tardi, nel 1986, esce Graceland. Il più bel tributo mai offerto alla musica sudafricana. Paul Simon lo suonerà infinite volte, dal vivo, scomponendolo e ricomponendolo in mille passi di danza, facendone vibrare ogni singola nota, mettendone a nudo i ritmi che lo sostengono e gli danno forma. Joseph Shabalala, leader dei Ladysmith Black Mambazo, che aveva lavorato a suo fianco in Sudafrica e poi collaborato alla realizzazione del disco a New York, gli regalò un nome Zulu: Vutlendela, “l’uomo che aprì la porta”. Se si può rubare l’anima a un paese facendolo cantare, beh, lui l’ha fatto.
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